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APPROFONDIMENTI

STILI DI ATTACCAMENTO E DISTURBI ALIMENTARI

Le persone che soffrono di disturbi alimentari hanno difficilmente una visione di sé e del proprio corpo come unico, complesso sistema psico-fisico, infatti, nella maggior parte dei casi, emerge una fortissima scissione tra mente (razionale e “controllata”) e corpo.
Partendo da questo presupposto e dalla comprensione dell’importanza delle connessioni tra ciò che si sente, ciò che si pensa e ciò che si fa in termini di azioni (tra corteccia e livelli sottocorticali), ho trovato interessanti le teorie di David Boadella e Jerome Liss e che convergono nel modello di funzionamento basato sui tre strati dello sviluppo embrionale da cui l’approccio biosistemico ha tratto grande ispirazione. Nel momento in cui inizia lo sviluppo embrionale, il nostro corpo si differenzia in tre foglietti: ectoderma, mesoderma, endoderma. Dall’ectoderma si sviluppa il sistema nervoso, gli occhi e la pelle; dal mesoderma lo scheletro, i muscoli e il sistema cardiocircolatorio; dall’endoderma il sistema gastrointestinale, respiratorio e renale (Boadella, Liss, 1986). Questi tre sistemi dovrebbero essere in equilibrio tra loro. Un’emozione è completa se è formata da una sensazione (endoderma), un pensiero (ectoderma) ed un’azione (mesoderma). Se c’è squilibrio si può avere un’emozione solo pensata, solo agita o solo avvertita internamente.
La psicoterapia biosistemica mira a creare maggiore equilibrio tra questi tre sistemi cercando di andare a rafforzare, tra i tre, quello o quelli più carenti. Ci sono distretti corporei, come, ad esempio, le braccia, che sono modulatori della relazione: proteggono dall’invasione o cercano l’altro per un abbraccio. A volte accade che, a seconda della propria storia di vita, si eviti di usarli nella pienezza delle loro funzionalità. E ad ogni mutilazione funzionale corporea corrisponde una castrazione psichica. Quindi un soggetto “distanziante” può fare fatica a tendere le braccia in segno di richiesta, un altro “preoccupato” non osa usare le braccia per respingere a scopo difensivo o per aggredire.
Si può ipotizzare che, generalmente, le persone affette da disturbi alimentari hanno dovuto creare delle scissioni tra l’endoderma, sentito come non controllabile e pauroso, mesoderma ed ectoderma, cioè tra il pensiero razionale e l’azione da una parte e le emozioni dall’altra.
L’approccio biosistemico sottolinea proprio la centralità dell’emozione nella vita dell’individuo.
Nella mia esperienza clinica con i DCA ho incontrato spesso pazienti con difficoltà a riconoscere, a codificare le emozioni: nello specifico essi avevano difficoltà nel processarle nelle loro componenti cognitive e corporee, potevano magari pensarle, ma le sensazioni corporee connesse all’emozione venivano scisse, confinate in qualche blocco o tensione nel corpo o facevano scattare schemi fissi d’azione difensiva. Questo stato di dissociazione si trova alla base del disturbo emotivo.
La teoria di Ernst Gelhorn sul funzionamento Sistema Nervoso Autonomo (SNA), in collegamento con il funzionamento del sistema emozionale, ha influenzato molto il mio lavoro con i pazienti. Secondo la sua teoria il SNA è composto da due sottosistemi chiamati in gioco nella vita emotiva dell’uomo. Uno è il sistema simpatico che sottende alle attività e alle emozioni in cui c’è dispendio di energia,come la gioia, la rabbia, l’ira. L’altra componente del SNA è il sistema parasimpatico preposto al riposo e al recupero dell’energia. Esso sottende, ad esempio, a momenti di fusione amorosa, di relax, di ascolto dell’altro, di commozione, di senso di perdita e ad emozioni come la tristezza, la paura, la vergogna (Gellhorn, 1967) .
La salute fisica ed emozionale di una persona dipende dall’alternanza e dalla reciprocità tra sistema simpatico e parasimpatico, cioè quando essi si scaricano uno dopo l’altro. L’onda energetica che si crea prevede che l’uno si inneschi quando l’altro ha raggiunto il suo picco massimo in una reciprocità che segue, appunto, un andamento ad onda. Anche le emozioni seguono lo stesso andamento, cioè nascono, si sviluppano giungendo ad una massima espressione e decrescono, lasciando il posto ad una nuova emozione. In una situazione ottimale, l’onda emotiva dovrebbe seguire il suo percorso completo in modo tale che ogni emozione sia vissuta interamente, in caso contrario si crea disagio e sofferenza.
Quando, infatti, questi due meccanismi funzionano simultaneamente, non c’è “rimbalzo” tra uno e l’altro, il sintomo principale è la tensione, l’oppressione. Le emozioni malsane nascono quando tra i due non c’è un funzionamento reciproco, ma aggiuntivo, se non c’è scarica del sentimento, questo si cronicizza, si blocca.
Il terapeuta biosistemico, nel caso in cui ci sia una disfunzione nell’alternanza tra le due componenti del SNA, secondo questo modello, può aiutare il paziente ad esaurire il percorso delle emozioni “ricettive”, tipiche del sistema parasimpatico, attraverso il supporto emotivo e il contatto. Le emozioni “attive” tipiche del sistema simpatico come, ad esempio, la rabbia, hanno bisogno di un’azione vigorosa che le accompagni nel loro cammino fino alla loro scarica.
Nella mia esperienza clinica ho potuto riscontrare che le persone affette da BED associano spesso attacchi di fame ingovernabile a vissuti di ansia e rabbia. Nel momento in cui queste emozioni attive diventano troppo intense e la sosta sotto il governo del sistema simpatico troppo prolungata nel tempo, risultano, per molti, difficili da sopportare perchè dispendiose dal punto di vista energetico. In questi casi l’abbuffata diventa un buon alleato per interrompere la curva e riportare “forzatamente” la persona nel parasimpatico, avendo l’organismo la priorità di digerire il cibo e, quindi, di investire tutte le sue energie su tale attività. In questi casi l’introduzione massiva di cibo nello stomaco ha, dunque, la funzione di stimolare il rimbalzo nel sistema parasimpatico e di indurre, così, uno stato di calma, rilassatezza, ma anche di relativa assenza di sensibilità, torpore emotivo, ridotta elaborazione cognitiva. Le abbuffate, quindi, potrebbero avere in questi casi, la funzione di “modulatore” emotivo.
Un altro interessante contributo per la comprensione dello sviluppo dei blocchi emotivi è stato, per me, quello di Henri Laborit che teorizzò l’esistenza di un sistema di inibizione dell’azione (SIA), che dovrebbe lavorare reciprocamente rispetto al sistema che governa l’azione. Il SIA è funzionale quando impedisce un’azione se questa non è utile, produttiva o quando porterebbe ad una punizione (ad esempio tirare un pugno in faccia in seguito ad una provocazione!) . Secondo Laborit, l’inibizione deve essere breve, seguita poi da una nuova azione. Le abitudini quotidiane, gli stili di vita sedentari, la scarsa propensione al movimento che caratterizzano le persone con problemi di obesità (spesso conseguenza del disturbo da alimentazione incontrollata), potrebbero prolungare il funzionamento del SIA troppo a lungo: l’inibizione a muoversi in modo vigoroso, a sfogarsi in modo naturale e fisico, a reagire verbalmente potrebbe essere la causa di vissuti di ansia, senso di angoscia e depressione. Uno stato di immobilizzazione troppo prolungato può causare, secondo Laborit, l’aumento della produzione degli ormoni dello stress, che conduce all’indebolimento del sistema immunitario, fino ad arrivare allo sviluppo patologie psicosomatiche. L’inibizione dei movimenti spontanei protratta troppo a lungo può, dunque, creare disturbi dell’emotività. Secondo Laborit le emozioni negative causate dall’inibizione dell’azione sono generalmente accompagnate da pensieri negativi di auto-denigrazione o di scarsa auto-efficacia e questi, a loro volta, in un processo di feedback positivo reciproco, possono stimolare il sistema subcorticale di inibizione all’azione (Laborit, 1979).
Secondo Gerda Boyesen, che introdusse la psicologia biodinamica partendo dai concetti proposti da Wilhelm Reich , quando il funzionamento del SNA risulta patologicamente alterato, ovvero aggiuntivo e non reciproco nelle sue due componenti, si ha come effetto il blocco dei movimenti peristaltici gastrointestinali. Dalla sua tecnica di stimolazione del parasimpatico chiamata “rilassamento dinamico e di peristalsi”, emerse che il funzionamento patologico del sistema d’inibizione dell’azione fosse correlato anche al sistema somatico viscerale nel senso che le peristalsi diminuivano durante la rimozione di un’emozione, per poi ritornare in fase attiva quando l’emozione veniva sbloccata. Questo tipo di rilassamento prevede un massaggio dolce sulla pancia che sblocca le emozioni rimosse, guidato dall’uso dello stetoscopio, che amplifica i suoni dei movimenti peristaltici che provengono dalla muscolatura liscia del tratto gastrointestinale. Sbloccare l’emozione e, di conseguenza, mettere in moto il sistema gastro-intestinale, può avere, dunque, effetti positivi sulla digestione, sul comportamento alimentare e sulle sensazioni correlate (Boysen, 1999) .
Molti pazienti in sovrappeso e obesi, riferiscono di sentirsi scarichi, senza forza, senza energia. Effettivamente queste persone, a causa del loro sovrappeso, tendono a svolgere poca attività fisica, molti, addirittura, hanno uno stile di vita totalmente sedentario. Paradossalmente, per aumentare l’energia corporea, è necessario aumentare il movimento fisico, perché la sedentarietà contribuisce ad abbassare l’energia e la vitalità corporea. Se muscoli del corpo si trovano in una condizione di contrazione costante, come accade nei casi di inibizione all’azione prolungata, non potendo passare ad uno stato di rilassamento, impediscono le fasi recupero delle energie. Questo stato di contrazione impedisce anche la spontanea espressione delle emozioni attraverso azioni espressive connesse all’emozione originaria. Come in un circolo vizioso, le reazioni impedite bloccate nel corpo potrebbero diminuire, a loro volta, la capacità di movimento spontaneo. Nelle terapie a mediazione corporea, le conseguenze terapeutiche dello sblocco emotivo, non sono solamente una sensazione di sollievo e una diminuzione della tensione, ma anche la percezione di poter disporre di maggior energia e di agire più intensamente ed efficacemente. Questa aumentata disponibilità di energia può avere effetti positivi sull’ossigenazione, sul tono e la reattività muscolare, sul comportamento alimentare, sul ritmo del metabolismo basale, sulla concentrazione mentale.
Secondo Lowen in presenza di tensioni muscolari, incoraggiare movimenti di espressione emotiva può avere, come effetto, l’allentamento della contrazione muscolare di parti del corpo e la liberazione della scarica emotiva. Il movimento, quindi, o il massaggio dei segmenti muscolari coinvolti nel gesto espressivo, permettono all’emozione inespressa di trovare il suo sbocco spontaneo, attenuando così il malessere emotivo e la conseguente inibizione dell’azione. Sostiene, inoltre, che quando l’Io è identificato con il corpo, la persona riesce a far fronte alle reazioni emotive e a dirigerle verso un’efficace realizzazione (Lowen, 1984).


All’inizio della vita umana, l’essere nutriti equivale all’essere amati, il bisogno biologico legato all’alimentazione è presente insieme ad un altro bisogno, anch’esso fondamentale, che è quello di essere nutriti d’amore, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è. Fondamentali, infatti, per lo sviluppo del “senso di identità”, della personale visione del mondo e delle relazioni, le interazioni ripetute tra il bambino e chi si prende cura di lui.
Per primo, J. Bowlby ha intuito che l’attaccamento riveste un ruolo centrale nelle relazioni tra gli esseri umani, dalla nascita alla morte. Insieme a Mary Ainsworth, sua collaboratrice, ha contribuito a dimostrare come lo sviluppo armonioso della personalità di un individuo dipenda principalmente da un adeguato attaccamento alla figura d’accudimento primaria. In particolare questi studiosi hanno notato come il comportamento d’attaccamento osservato tra la madre ed il suo bambino, oltre a fornire protezione al piccolo, potesse fornire “una base sicura” a cui il bambino poteva tornare nelle fasi di esplorazione all’ambiente circostante.
Persone che hanno sperimentato, durante l’infanzia, il rifiuto da parte della figura di attaccamento, hanno imparato a costruire le proprie esperienze facendo esclusivamente affidamento su se stesse e a cercare l’autosufficienza anche sul piano emotivo (stile di attaccamento insicuro-evitante). Altre, cresciute senza la certezza che la figura d’attaccamento fosse disponibile a rispondere alle richieste d’aiuto, hanno sperimentato l’incertezza e l’ansia durante l’esplorazione del mondo e l’angoscia da separazione (stile di attaccamento insicuro-ambivalente). In queste persone opera uno schema relazionale connesso ad una rappresentazione dell’altro come inaffidabile, generando l’aspettativa che la persona che si ha di fronte non comprenderà, non accetterà e non apprezzerà l’espressione genuina di sè e del proprio mondo interiore. Altre ancora, che hanno vissuto la figura d’attaccamento addirittura come minacciosa, sono portate ad evitare le richieste d’aiuto, a non fidarsi degli altri, ad incontrare difficoltà nel coinvolgimento sentimentale, o ad assumere ruoli passivi di dipendenza relazionale (stile di attaccamento disorganizzato).
Le patologie associate alle tipologie di attaccamento insicuro e ai relativi modelli operativi interni, sono quelle di chi utilizza come strategia inconscia o l’inibizione delle emozioni (è il caso degli individui evitanti) o la loro esagerazione al fine di esercitare e mantenere il controllo di una figura di attaccamento inaffidabile (è quanto accade nei soggetti ambivalenti) o di chi è costretto, per sopravvivere, a scindere le emozioni dai pensieri a cui dovrebbero essere collegate (è il caso degli attaccamenti disorganizzati).
Man mano, dunque, che il bambino agisce in un sistema intersoggettivo nel quale alcune particolari esperienze vengono sistematicamente rifiutate, o addirittura gli viene negata qualsiasi forma di risposta emotiva, egli si rende conto di dover sacrificare intere porzioni del proprio mondo esperienziale ed emotivo per salvaguardare il legame con l’ambiente di accudimento.
In accordo con numerosi studi che evidenziano l’importante ruolo svolto dal legame d’attaccamento nella genesi delle problematiche legate al cibo, anche la mia esperienza clinica ha fortemente incoraggiato questa ipotesi, anche se allo stato attuale della ricerca, non è possibile spiegare, in modo lineare, come lo stile di attaccamento che si crea con le figure di accudimento primarie possa essere correlato, in modo specifico, al comportamento alimentare in età adulta. Esperienze precoci responsabili del mancato sviluppo di una base sicura, interagendo con altri fattori, potrebbero favorire l’insorgenza successiva di disturbi alimentari, in maniera complessa, agendo a vari livelli, ad esempio, interferendo sulla capacità di gestire le emozioni spiacevoli, oppure ostacolando la costruzione di un’identità corporea positiva o non permettendo lo sviluppo di un senso d’identità integrato.


La mancanza di sintonizzazione e rispecchiamento nella relazione madre-bambino, sin dai primi mesi di vita, può determinare una difficoltà in quest’ultimo nel discriminare i bisogni fisiologici (come il cibo, lo stimolo della fame) dai bisogni affettivi e relazionali. Per questo risulta stretto il legame tra alessitimia (difficoltà ad accedere ai propri bisogni ed alle proprie emozioni) e disturbi del comportamento alimentare. Le persone che soffrono di un disturbo da alimentazione incontrollata hanno, nella maggior parte dei casi, difficoltà a riconoscere i propri stati interni e a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni secondo modalità adeguate. Questa incapacità di “sentirsi” e di essere consapevoli dei propri vissuti ostacola la creazione di legami stabili con gli altri e incrementano la dipendenza a ricevere conferme e sicurezza dall’ambiente esterno.
In questo senso il corpo assume una valenza simbolica nella relazione, e diventa il punto d’incontro tra il mondo esterno ed il contenuto emozionale a cui la persona non ha accesso. Le dinamiche di abbuffata e restringimento alimentare potrebbero rappresentare un goffo tentativo di controllo e contenimento degli stati emotivi interni.
Ed è proprio il tema del controllo che caratterizza le persone affette da BED e da disturbi alimentari in generale. Oscillare tra il bisogno di controllo e la perdita di controllo alimenta il disturbo. Lavorare sulle emozioni e sulla possibilità di alzare i livelli sopportabili di arousal, sulla base del modello biosistemico, permette di riuscire a gestire meglio la possibilità di vivere con la quota di incertezza che è inevitabile.


Le capacità di regolazione interna hanno origine nella relazione diadica madre-bambino.
I neonati vengono al mondo con limitate capacità di autoregolazione e dipendono dalla regolazione interattiva mediata dalla figura di attaccamento primaria, solitamente la madre, per mantenere il loro livello di arousal dentro la finestra di tolleranza, ovvero in uno stato di attivazione ottimale. La predisposizione del neonato a regolare autonomamente l’arousal nella vita adulta nasce dalle modalità della madre di regolare l’arousal del bambino, sia calmandolo quando è troppo alto, sia stimolandolo quando è troppo basso. Durante lo sviluppo, le strutture di regolazione dell’affettività, grazie alla regolazione sintonizzata e interattiva della madre passano dalla dipendenza dalla regolazione esterna alla capacità di regolarsi internamente (Shore, 2008).
Un attaccamento sicuro è la base che consente al bambino sia lo sviluppo di un sé corporeo integrato, sia lo sviluppo di abilità interattive che gli consentono di cercare “l’altro” per chiedere il conforto necessario per riportare l’arousal dentro limiti di tollerabilità.
Quando il bambino ha la capacità di chiedere aiuto e supporto agli altri in situazioni stressanti, significa che ha sviluppato un buon funzionamento del “sistema di impegno sociale”.
Secondo la teoria della gerarchia polivagale di Porges, questo sistema viene chiamato “di impegno sociale” perché consente la comunicazione interpersonale regolando le aree del corpo che vengono utilizzate nell’interazione sociale (palpebre, muscoli facciali, orecchio medio, muscoli laringei e faringei, muscoli del collo, etc..). Questa funzione è regolata dal ramo ventrale del nervo vago che ha origine nel tronco cerebrale (Porges, 2003).
Il sistema di impegno sociale è generalmente attivato quando l’arousal si trova nel livello di attivazione ottimale (finestra di tolleranza). Quando viene sperimentato il cronico fallimento del sistema di impegno sociale nello stabilire delle relazioni per negoziare sicurezza e protezione, esso solitamente smette di funzionare, di conseguenza i sistemi nervosi simpatico e parasimpatico restano altamente attivati, innalzando o abbassando l’arousal fuori la finestra di tolleranza (Ogden, 2012). Ad esempio quando si sperimenta l’incremento dell’arousal, le sensazioni ad esso associate sono legate all’aumentato afflusso di adrenalina (battito cardiaco accelerato, afflusso di sangue ai muscoli, etc…), queste manifestazioni corporee sono funzionali per la preparazione difensiva da parte del sistema nervoso simpatico per le azioni motorie coinvolte nella lotta o nella fuga.
Vari studi hanno messo in evidenza che adulti con storie di attaccamento di tipo insicuro evitante, in situazioni stressanti, tendono a chiudersi in se stessi e ad evitare di cercare supporto negli altri, minimizzando l’attivazione del loro sistema di impegno sociale. Essi tendono, inoltre, a sostare a lungo sotto il governo del sistema parasimpatico, quindi a stare sotto la finestra di tolleranza, con bassi livelli di attivazione, fino ad arrivare a sperimentare stati di impotenza e incapacità a manifestare le emozioni.
Le persone che sviluppano, invece, pattern di attaccamento insicuro ambivalente e che hanno alle spalle l’esperienza traumatica di caregiver che hanno anteposto i propri bisogni ai loro, tendono ad avere un’elevata attivazione, contrariamente a chi ha uno stile evitante, quindi a stare più a lungo sotto il governo del sistema simpatico. Queste persone, solitamente, hanno una bassa soglia di arousal e una difficoltà concorrente a mantenerlo entro il limite di tolleranza: per loro, fin dai primi anni di vita, intensificare l’angoscia e manifestarla è stato probabilmente funzionale per sollecitare le attenzioni e le cure della madre. Da adulti mostrano un’aumentata reattività emotiva, un’incapacità a modulare l’angoscia, una disregolazione dell’arousal, agitazione corporea, aumento o diminuzione del tono muscolare in vista di una separazione. Alcuni, attraverso comportamenti aggressivi, cercano di “scaricare” alti livelli di attivazione.
Adulti con pattern relazionali disorganizzati sono stati, probabilmente, bambini che per lunghi periodi di tempo sono stati lasciati dal caregiver in ipo o iper-arousal, senza un contenimento. Essi, spesso, mostrano comportamenti affettivi incongruenti e discontinui per la concorrente attivazione del sistema difensivo e di quello dell’attaccamento: a questi comportamenti sottendono repentine oscillazioni tra il sistema nervoso simpatico e parasimpatico. I veloci cambiamenti tra stati di iper-arousal e ipo-arousal, sempre sopra o sotto la finestra di tolleranza, sono una condizione che rende loro molto difficoltoso, in situazioni stressanti, entrare in relazione e chiedere aiuto.


Per tendenza fissa d’azione si intende un programma o pattern motorio che è associato ad un apprendimento condizionato. Questi schemi motori, che si sono dimostrati adattivi di fronte a certe circostanze, durante lo sviluppo, si attivano automaticamente in età adulta, di fronte a stimoli che risultano simili a quelli che in passato sono stati responsabili dell’apprendimento. Si tratta di apprendimenti procedurali che reagiscono selettivamente, in modo tempestivo, appropriato e automatico ad eventi del mondo esterno che richiedono risposte strategiche e ben definite come l’attacco e la difesa. Queste tendenze fisse d’azione diventano disadattive quando si attivano occupando il campo ad altre azioni, non automatiche, che potrebbero essere più adattive nel contesto attuale o nell’ambiente circostante.
La rapida oscillazione tra condizioni di ipo e iper-arousal (governate dai sistemi parasimpatico e simpatico), possono essere considerate una tendenza automatica all’azione a stimoli che evocano esperienze infantili d’attaccamento traumatiche in persone con attaccamento insicuro o disorganizzato. L’oscillazione rapida tra i due estremi di attivazione è considerata una disregolazione. In questi casi per pattern fissi d’azione difensiva, risultati adattivi e legati ad un valore di sopravvivenza durante le prime esperienze d’attaccamento traumatiche, intendo, ad esempio, un’aumentata angoscia per sollecitare le cure materne correlata a iper-arousal o una reazione di congelamento o collasso (ipo-arousal) difronte alla minaccia del caregiver primario. L’attaccamento è strettamente legato al sistema difensivo perché esso viene attivato ogni qualvolta il bambino sperimenta insicurezza, sofferenza o pericolo.
In età adulta, persone che hanno sperimentato esperienze traumatiche d’attaccamento, proprio in situazioni relazionali di vicinanza, di intimità (o nella relazione terapeutica), possono riattivare antichi schemi difensivi, come la lotta o la fuga, senza riuscire a stabilire un contatto con l’altro, che potrebbe essere funzionale per riportare l’arousal dentro la finestra di tolleranza.
Il rischio è che poi si inneschi un circolo vizioso, nel senso che sperimentare, ad esempio, la sensazione di un incremento di arousal e di tensione nel corpo (che non per forza sono indicatori di minaccia), possono attivare il sistema difensivo fino ad arrivare, in certi casi, ad una cronica disregolazione involontaria dell’arousal.
Come ho più volte sottolineato, chi è affetto dal disturbo BED, ha difficoltà a riconoscere, ad elaborare le emozioni e a distinguere queste ultime dalle sensazioni corporee; spesso, dunque, ricorre al cibo, che agisce da modulatore emotivo perché la sua digestione modifica lo stato di attivazione delle due componenti del SNA. Questa questa soluzione però, è poco adattiva per chi soffre di obesità correlata al disturbo BED, perché innesca una reazione a catena. Ad esempio, pazienti che consumano compulsivamente grosse quantità di cibi ricchi di zuccheri, perché hanno imparato che questo tipo di cibo li aiuta a regolare temporaneamente il loro ipo-arousal, continuano a ripetere questa tendenza di basso ordine che ha la precedenza su altri comportamenti, senza riuscire a riflettere sul “costo” che comporta in termini di disregolazione della glicemia, aumento ponderale e sentimenti di colpa.
La terapia psico-corporea può avere un grosso impatto sulle tendenze all’azione automatica diasadattive, quando si manifestano nel momento presente della terapia. In terapia, infatti, sperimentare l’arousal all’interno della finestra di tolleranza, può consentire ai pazienti di mantenere una presenza osservativa e di attivare il sistema di impegno sociale. Mettere il corpo nella terapia significa lavorare proprio sulla dissociazione tipica dei soggetti che soffrono di disturbi alimentari. Su queste basi teoriche, per i terapeuti è fondamentale comprendere il livello delle capacità autoregolative del paziente. Se queste si presentano disregolate, è utile fornirgli, attraverso la sintonizzazione, il tono della voce, il linguaggio del corpo e la risonanza emotiva, un contesto simile alle precoci relazioni di attaccamento, dove poter sviluppare nuove e adattive capacità di regolazione, incoraggiando le abilità di impegno sociale, nel caso in cui risultino compromesse (Ogden, 2012).
Il riconoscimento e la comprensione empatica delle modalità difensive del paziente da parte del terapeuta, all’interno di un contesto di fiducia, sintonizzazione emotiva e cooperazione, possono, dunque, sollecitare quest’ultimo a ricercare e determinare nuove e più funzionali modalità relazionali.


Per andare a modificare fisse tendenze all’azione e le capacità di regolazione dell’arousal (come alzare il livello soglia di arousal sopportabile), non basta di certo sperimentare una volta o due, in terapia, la sensazione di stare dentro la finestra di tolleranza e l’attivazione del sistema di impegno sociale che potrebbe conseguirne. Lo stesso vale per rompere la catena di automatismi che hanno come esito finale l’abbuffata compulsiva. A questo proposito prendo spunto dall’insegnamento della neuropsicologia e dall’interessante contributo di Liss in merito al cambiamento delle abitudini. Per la creazione di una nuova abitudine Liss, innanzitutto, sottolinea l’importanza di trovarsi in uno stato diadico interattivo (a differenza di quando ci si trova da soli), che permette l’etero-regolazione e l’attivazione del sistema di impegno sociale. Il substrato neuronale che sottende alla memorizzazione delle abitudini sono i gangli della base: si tratta di processi subcorticali, inconsci. Queste potenti forze subcorticali sono un’eredità dell’evoluzione e consentono il risparmio energetico e un’elevata capacità di protezione perché possono essere messe in funzione automaticamente in caso di bisogno. Sono sostenute da meccanismi di feedback (capacità del cervello di trarre vantaggio dai suoi ‘circuiti di rientro’), che sono risultati adattivi in passato.
Liss sostiene che quando si ha come obiettivo la creazione di nuove abitudini, la terapia parlata basata sull’esplorazione retroattiva del passato e degli impedimenti emotivi al cambiamento non sembra essere sufficiente ad attivare processi di feedforward cerebrale di azione. Questi ultimi, a differenza del funzionamento a feedback, sono processi neuronali che sottintendono un movimento in avanti.
Quando si è da soli, capita, spesso, che i processi di feedback siano più potenti di quelli di feedforward spiega Liss, il risultato può essere l’inibizione dell’azione (Laborit, 1979), la paralisi, l’esitazione, la confusione, il disorientamento del sistema dell’azione (i gangli della base).
I processi di feedforward del sistema di azione dei gangli della base, si possono attivare durante la sessione terapeutica, in una dimensione diadica, nella quale l’azione può essere ripetuta in un contesto reale, finché l’abitudine non inizia a consolidarsi. Si ha, dunque, il cambiamento da una decisione presa nella corteccia frontale, a una più radicata e durevole memoria dell’azione innestata in profondità nei gangli della base (sistema di memoria più potente presente nel corpo umano!). Questo, secondo Liss, è alla base del cambiamento e del radicamento della nuova abitudine.

Sono Chiara Zanetti, Psicologa-Psicoterapeuta ad orientamento corporeo sul territorio di Bologna. I miei interventi sono di psicoterapia individuale e couseling psicologico rivolti ad adulti e adolescenti, terapia di coppia e di gruppo, di sostegno per le famiglie nella prevenzione e cura del sovrappeso/obesità in età evolutiva. Svolgo attività di volontariato presso l’ospedale S.Orsola Malpighi – Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile – centro a valenza regionale per i disturbi del comportamento alimentare in età evolutiva (Direttore Prof. E. Franzoni). Ho attivato, inoltre, uno sportello gratuito di ascolto e supporto rivolto a chi soffre di problematiche legate al cibo, in collaborazione con i medici di base, presso un poliambulatorio in centro a Bologna. Le altre aree di intervento di cui mi occupo sono i disturbi relazionali, i disturbi d’ansia, gli attacchi di panico, lo stress lavoro correlato o stress familiare, situazioni traumatiche, depressione, dipendenza da sostanze stupefacenti, alcol, internet e cibo.
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