X

PSICOTERAPIA BIOSISTEMICA

È solo nella perfetta armonia tra corpo,
mente ed emozioni che possiamo raggiungere
un senso di integrità morale e personale.
Grazie a questo sublime equilibrio è possibile conseguire
quello stato di grazia tanto difficile
da ottenere nella vita odierna.

A. Lowen

Biosistemica è il nome di un approccio terapeutico integrato a mediazione corporea che riassume in sé le sue dirette ascendenze: la componente biologica e quella sistemica. “Bio” fa riferimento alle dimensioni biologiche, neurofisiologiche ed embriologiche inerenti la componente organica della corporeità. “Sistemica” fa riferimento alla teoria generale dei sistemi in base alla quale e possibile concepire l’individuo come un sistema costituito da sottosistemi in interrelazione fra di loro.
Per delineare la struttura teorica biosistemica, possiamo dire che l’osservazione metodologica si incentra sull’emozione, in quanto fulcro centrale del vissuto, sia fisiologico che patologico; l’emozione e letta qui essenzialmente con mappe neurofisiologiche ed embriologiche, e al tempo stesso ne viene sottolineata la valenza sistemico-relazionale, in quanto costitutiva dell’esperienza sociale umana.
L’oggetto centrale di riferimento e quindi costituito dalle emozioni, in quanto fenomeno cruciale dal punto di vista clinico ed epistemologico dell’esperienza umana. L’emozione caratterizza permanentemente il vissuto ed il funzionamento dell’uomo, dato che, per definizione, comprende in se i processi fisiologici, le reazioni comportamentali, gli aspetti relazionali e i contenuti cognitivi di ogni esperienza umana nella sua completezza e complessità.

Del tutto peculiare dell’approccio biosistemico è il concetto relativo alla formulazione di una diagnosi e al trattamento del sintomo: gli aspetti sintomatici non vengono normalmente trattati in modo diretto e, se si decide di farlo, è nell’ottica di una comprensione della loro funzione nel mantenimento della coerenza interna del paziente e non nel senso di una loro semplice “eliminazione”. La diagnosi, effettivamente, rischia di etichettare il paziente e di creare una scissione nel suo mondo interno, contribuendo ad amplificare il problema in modo del tutto controproducente, se non viene integrata con il resto dell’esperienza.

L’originalità di questo approccio sta nella possibilità di intervenire non solo sui processi individuali ma anche su livelli più complessi come i contesti di coppia, le relazioni familiari e di gruppo con un modello psicocorporeo che permette di connettere gli elementi verbali allo scenario globale fatto di movimenti, posture e vissuti corporei.
Il disagio psicocorporeo è affrontato a partire dall’unità corpo-mente. Non c’è primato dell’uno sull’altro, ma si influenzano continuamente e vicendevolmente. La psiche influenza il soma ed il soma influenza la psiche, quindi si lavora con una persona globalmente. Tale unità si rispecchia nell’emozione, intesa come evento psicosomatico per eccellenza in cui le sensazioni corporee si incontrano con i pensieri.
Secondo l’approccio biosistemico ogni evento emotivo è costituito da tre componenti, pensieri, sensazioni e azioni. Le tre componenti dell’emozione costituiscono un vero e proprio sistema. Se c’è squilibrio si può avere un’emozione solo pensata, solo agita o solo avvertita internamente Laddove le sensazioni corporee vengono scisse dalla valutazione interpretativa dell’emozione, o la persona sia bloccata nell’azione, si crea il disagio psicologico, che può manifestarsi anche a livello psicosomatico. L’obiettivo che la terapia biosistemica si propone è quello di permettere al paziente di prendere o ri-prendere il contatto con l’emozione, costruendone il significato celato, entrando dentro l’emozione stessa.
Ci sono distretti corporei, come, ad esempio, le braccia, che sono modulatori della relazione: proteggono dall’invasione o cercano l’altro per un contatto. A volte accade che, a seconda della propria storia di vita, si eviti di usarli nella pienezza delle loro funzionalità. E ad ogni limitazione funzionale corporea corrisponde una limitazione funzionale psichica. Quindi un soggetto “distanziante” può fare fatica a tendere le braccia in segno di richiesta, un altro “preoccupato” non osa usare le braccia per respingere a scopo difensivo o per aggredire.

L’inizio di ogni cronico disagio esistenziale, secondo l’ottica biosistemica, può infatti essere individuato nello sdoppiamento di due circuiti essenziali: quello delle ideazioni mentali e quello del vissuto corporeo. Se scissi, il corpo non ha più parole per nominare le sensazioni (potrà esprimersi attraverso sintomi psicosomatici), ne la mente potrà parlare di ciò che il corpo non sente, perchè inibito nella sensazione (e il disagio si esprimerà attraverso un continuo brusio mentale indistinto di sottofondo). L’emozione rappresenta l’evento psicosomatico per eccellenza, l’elemento trasversale che unifica lo psichico e il somatico, il terreno d’incontro tra pensieri e sensazioni corporee. Quando il linguaggio (la mente) e il suo “inconscio” (il corpo) si incontrano, si producono non più solo parole, ma azioni, fatti concreti e l’emozione sboccia come qualità emergente dell’interazione tra le componenti del sistema complessivo (pensieri, sensazioni, azioni).
Il terapeuta biosistemico presta perciò attenzione non solo all’aspetto simbolico del linguaggio, ma anche all’aspetto espressivo delle parole, intese come prolungamento degli arti, come parole a cui sia data corporeità. Si passa dalla scoperta del gesto come parola non detta (attraverso la lettura della comunicazione non verbale), alla parola come gesto non fatto (fornendo un nome alle sensazioni e ai gesti inibiti). La Biosistemica si pone come obiettivo il ripristino del ciclo emotivo, non attraverso lo svelamento di verità nascoste, ma attraverso la costruzione della “verità”, sulla base di ciò che appare: amplificando l’emozione, “pensando con il corpo”, creando i movimenti, l’emozione si trasforma in qualcosa di inatteso, di nuovo. Si tratta di una trasformazione qualitativa dello stato globale della persona, di un aumento della complessità connessa allo stato di salute, in antitesi con un impoverimento della complessità psicocorporea del soggetto.

La sofferenza, secondo il modello Biosistemico, può essere ricondotta alla sovrapposizione di
processi diversi:
– Dietro a sensazioni fisiche di disagio, spesso si celano emozioni bloccate, frequentemente
riconducibili a esperienze primarie di inibizione d’azione di fronte allo stress (Laborit, 1979),
situazioni, cioè, in cui non e stata possibile ne una reazione di attacco, ne una di fuga. Le
reazioni impedite si scaricano all’interno del soggetto, comportando una secrezione ormonale,
tipica dello stress (noradrenalina e corticosteroidi), che protratta nel tempo può anche originare
malattie psicosomatiche.
– Le emozioni bloccate possono cristallizzarsi in posture specifiche, connesse ai vissuti corporei
che le accompagnavano, andando a creare una memoria “muscolare” sepolta dietro la sofferenza fisica. Lavorare sulla parte del corpo contratta, attraverso esercizi fisici, contatto, massaggi, specifiche posizioni corporee, può significare lavorare direttamente sull’emozione bloccata. Il lavoro posturale consente di accedere alla memoria corporea e di recuperare stadi di sviluppo non interamente vissuti, attraverso l’espressione dei vissuti emozionali connessi, che emergono come risultato dell’interazione sistemica di pensieri- sensazioni-azioni.
Ma quale meccanismo “custodisce” il blocco emozionale e può allo stesso tempo scioglierlo? Per comprenderlo, vediamo prima una descrizione del Sistema Nervoso Autonomo e del suo funzionamento.

APPROFONDIMENTI:

La curva energetica

La Biosistemica ha avuto il merito di integrare le scoperte di Gellhorn (1967) relative al funzionamento fisiologico del Sistema Nervoso Autonomo con la comprensione delle ricadute psicopatologiche della mancanza di armonia nell’alternanza dei due assi del Sistema stesso, aprendo in ambito psicoterapeutico scenari di intervento innovativi. Secondo la teoria di Gelhorn il Sistema Nervoso Autonomo (SNA) è composto da due sottosistemi chiamati in gioco nella vita emotiva dell’uomo. Uno è il sistema simpatico che sottende alle attività e alle emozioni in cui c’è dispendio di energia,come la gioia, la rabbia, l’ira. L’altra componente del SNA è il sistema parasimpatico preposto al riposo e al recupero dell’energia. Esso sottende, ad esempio, a momenti di fusione amorosa, di relax, di ascolto dell’altro, di commozione, di senso di perdita e ad emozioni come la tristezza, la paura, la vergogna (Gellhorn, 1967)

La salute fisica ed emozionale di una persona dipende dall’alternanza e dalla reciprocità tra sistema simpatico e parasimpatico, cioè quando essi si scaricano uno dopo l’altro. L’onda energetica che si crea prevede che l’uno si inneschi quando l’altro ha raggiunto il suo picco massimo in una reciprocità che segue, appunto, un andamento ad onda. Anche le emozioni seguono lo stesso andamento, cioè nascono, si sviluppano giungendo ad una massima espressione e decrescono, lasciando il posto ad una nuova emozione. In una situazione ottimale, l’onda emotiva dovrebbe seguire il suo percorso completo in modo tale che ogni emozione sia vissuta interamente, in caso contrario si crea disagio e sofferenza.
Quando, infatti, questi due meccanismi funzionano simultaneamente, non c’è “rimbalzo” tra uno e l’altro, il sintomo principale è la tensione, l’oppressione. Le emozioni malsane nascono quando tra i due non c’è un funzionamento reciproco, ma aggiuntivo, se non c’è scarica del sentimento, questo si cronicizza, si blocca.
Il terapeuta biosistemico, nel caso in cui ci sia una disfunzione nell’alternanza tra le due componenti del SNA, secondo questo modello, può aiutare il paziente ad esaurire il percorso delle emozioni “ricettive”, tipiche del sistema parasimpatico, attraverso il supporto emotivo e il contatto. Le emozioni “attive” tipiche del sistema simpatico come, ad esempio, la rabbia, hanno bisogno di un’azione vigorosa che le accompagni nel loro cammino fino alla loro scarica.

L'energia corporea

Concetto molto importante cui il modello biosistemico si è ispirato è quello di energia corporea, definito e sviluppato da Wilhelm Reich. Il livello energetico si può alzare aumentando l’introduzione di ossigeno e rendendo il corpo più vivace con l’espressione dei sentimenti.
Attività fondamentale, infatti, nella creazione dell’energia è la respirazione, poiché è alla base del metabolismo: è attraverso le respirazione, infatti, che l’organismo riceve l’ossigeno indispensabile per alimentare i processi metabolici, che a loro volta, gli forniscono l’energia di cui ha bisogno. Di conseguenza, come una respirazione insufficiente asseconda il mantenimento del blocco emotivo e muscolare, così una respirazione buona e profonda è indispensabile per arrivare al centro di sé. La maggior parte delle persone respira in modo superficiale e tende a trattenere il respiro ogni volta che si trova in situazioni di stress anche lieve. Questo accresce lo stato di tensione. Limitare la respirazione serve a mantenere la repressione dei sentimenti e non provare, dunque, l’ansia che vi è associata. I bambini, ad esempio, trattengono il fiato per bloccare il pianto, restringono la gola per non urlare, contraggono il petto per trattenere la rabbia; ognuna di queste forme di repressione porta ad una riduzione del respiro. Una respirazione normale, sana, addominale (non toracica, né diaframmatica), coinvolge attivamente l’addome nel processo di inspirazione, favorendo l’abbassamento del diaframma. Più la respirazione è profonda, più l’onda respiratoria si estende nella zona inferiore del tronco, fino ad arrivare all’area pelvica. La respirazione ha un legame diretto con lo stato di eccitazione del corpo. Inspirando profondamente favoriamo il rilassamento del corpo. E’ importante considerare il respiro come una sorta di “strumento di percezione” perché il sistema respiratorio è fortemente collegato agli stati affettivi.
E’ sufficiente che cambi la condizione immediata delle nostre emozioni, che cambi solo la minima sfumatura, perché il respiro si trasformi e risponda in un altro modo. Non c’è nient’altro in noi che reagisca in una forma così minuziosamente calibrata (Downing, 1995).

Grounding

Un altro importante concetto che questo approccio ha mutuato dalla teoria bioenergetica è quello di grounding o radicamento. In inglese avere grounding significa, in una definizione restrittiva, “avere i piedi sulla terra”. In un senso più ampio vuol dire “conoscere bene”, nel senso di essere in contatto con il proprio corpo, con le proprie emozioni e con l’ambiente in cui esistiamo. Questa consapevolezza di sé, come ogni altra forma di conoscenza, ha due aspetti: uno cognitivo, mentale, e uno esperienziale, contemplativo.
Scrive Marchino, partendo dal pensiero e dall’esperienza di Wilhelm Reich:

Cercare di comprendere la realtà – e noi stessi che ne facciamo parte – esclusivamente attraverso i nostri processi mentali significa far rientrare l’infinita varietà della realtà all’interno di un numero limitato e preconcettualizzato di possibilità. Cioè sostituire la realtà con una serie di astrazioni, anche sul nostro conto: quindi essere in contatto non con la realtà e con noi stessi, ma con l’idea che abbiamo della realtà e di noi stessi. In termini contemplativi. I questo processo di grounding, di contatto con noi stessi dobbiamo reimparare a tollerare quei sentimenti che non vorremmo albergassero dentro di noi: la negatività, la rabbia, la paura, il desiderio…

Per Lowen, “il terreno è sempre interpretato come il simbolo della madre. Il modo in cui una persona sta in piedi ci fornisce molte indicazioni riguardo ai suoi primi rapporti con la madre. L’insicurezza di tale rapporto si tramuta in insicurezza a reggersi sulle proprie gambe ed è l’insicurezza fondamentale riguardo al problema di affrontare la vita”.
Nel grounding la persona deve affrontare le sue ansie e paure. Il movimento verso il basso è associato alla paura di cadere. Per Lowen la paura di cadere, presente nella maggior parte delle persone, è causata dalla remota mancanza di un contatto adeguato tra la madre e il bambino, che non si è sentito sufficientemente protetto.
C’è anche l’ansia di stare in piedi da sé, cioè da soli. Imparare a reggersi sulle proprie gambe significa diventare realmente autonomi e indipendenti, eppure molte persone sono riluttanti a compiere questo passo, perché per loro stare in piedi da sole significa essere sole.
A livello somatico le tensioni presenti nei piedi, nelle caviglie e nelle gambe determinano la qualità del contatto che si stabilisce con il suolo. Ciascuna di tali tensioni riflette una limitazione del movimento e, più in generale, dell’espressione di sé.

Empatia

Nel modello biosistemico l’empatia è senza dubbio uno strumento chiave del modo di approcciarsi al paziente. L’empatia è una qualità che si apprende da bambini, se ci è stata trasmessa una buona empatia materna, ed ha le sue radici nella comprensione e nella condivisione di emozioni e vissuti, che si traducono in rispecchiamento, incoraggiamento, fiducia, apprezzamenti.
In biosistemica si parla di empatia corporea, intendendo la sintonizzazione con gli elementi corporei ed emotivi oltre che con quelli puramente verbali. Secondo Liss un terapeuta empatico, nello svolgere il ruolo di contenitore affettivo, dovrebbe creare uno scambio empatico corporeo con il paziente, costituito anche dal tono della voce, dal ritmo del linguaggio e dal contatto fisico.
E’ stato ampiamente dimostrato che lo sviluppo di una relazione terapeutica calda ed empatica è una condizione essenziale per il buon esito dell’intervento terapeutico. Il clima empatico permette alla persona di esprimere la propria sofferenza, che quando è condivisa si può trasformare.
Al contrario la sofferenza non confidata crea tensione, chiusura, pesantezza, soffocamento, debolezza e sensazione di vuoto, tutti fenomeni provocati dalle emozioni negative intrappolate all’interno del corpo, a cui si accompagna un sentimento di solitudine e di chiusura nei confronti del mondo. La chiave della terapia è la comprensione.

Nel modello biosistemico l’empatia e la condivisione del disagio sono rese possibili dall’applicazione del metodo dell’ascolto profondo, termine coniato da Jerome Liss.
L’obiettivo principale di tale attività è la condivisione. Si parla di “elaborazione della sofferenza” quando si permette alle emozioni dolorose di trovare uno spazio per emergere, lasciando così gradualmente posto ad emozioni e sensazioni positive. In altre parole, la sofferenza e il disagio vengono elaborati quando vengono espressi. Quando abbiamo la possibilità di riferire a voce alta, a parole, i nostri vissuti problematici, possiamo chiarire la natura di ciò di cui stiamo parlando e soprattutto coglierne le emozioni correlate.
Nell’ascolto profondo l’obiettivo non è, quindi, quello di fornire subito una soluzione alla persona, ma semplicemente quello di ascoltare e condividere il problema dell’altro. Solo in un secondo momento, dopo che il problema e le emozioni correlate saranno state condivise, esplorate, elaborate, si potrà procedere insieme verso la ricerca di una soluzione. Trovare una soluzione significa accompagnare il paziente nel lavoro di ricerca di una modalità concreta di azione per il futuro. Si tratta proprio di due fasi differenti e distinte: dalla fase di ascolto e analisi del problema si passa, poi, alla ricerca di una soluzione. La ricerca della ipotetica soluzione può essere potenziata da giochi di ruolo e tentativi attivi. Il terapeuta può fare questo focalizzandosi sulle parole chiave, a cui il paziente attribuisce una particolare carica emotiva, stimolando la concretezza delle sue decisioni e azioni.

Tecniche espressive

La forma teatrale viene utilizzata dal modello biosistemico come strumento di terapia, soprattutto nel lavoro con i gruppi. Nello psicoteatro, il soggetto mette in scena situazioni della propria vita reale, rivelando agli altri, ma soprattutto a se stesso, le proprie emozioni e i propri modelli di comportamento. Si attivano così dinamiche intrapsichiche, relazionali, corporee ed energetiche che sono alla base del processo terapeutico. Possono emergere emozioni bloccate, tensioni, dinamiche relazionali disfunzionali. Il focus è sull’azione e sulla creatività espressiva.
La tecnica teatrale chiamata “sedia calda o sedia vuota”, mutuata dalla psicoterapia della Gestalt, è di grande concretezza ed efficacia. Grazie ad essa la persona ha la possibilità di dialogare con i propri personaggi interiori, ovvero con le diverse parti del sé che sono in conflitto tra loro, sedendosi in modo alternato su due sedie poste una di fronte all’altra. Si tratta di una sorta di rappresentazione esternalizzata del dialogo interiore. Seduto sulla “sedia vuota”il paziente può rivolgersi direttamente ad una persona che immagina sia seduta di fronte a lui, successivamente, può sedersi al suo posto e provare ad indossare i suoi panni cogliendo aspetti prima non noti.
L’esperienza clinica in biosistemica dimostra che è possibile ridurre emozioni negative come l’ansia, la paura, l’angoscia, se la persona riesce spontaneamente da sola, con l’aiuto del gruppo o del terapeuta a liberare queste emozioni intrappolate nel corpo tramite l’esecuzione di movimenti come colpire, gridare, spingere, battere i pugni o i piedi ecc., proprio quelle emozioni che hanno creato un blocco emotivo.
Nelle tecniche psicodrammatiche, invece, i soggetti possono entrare nei diversi panni dei personaggi della scena, imparando ad empatizzare e soprattutto ad immedesimarsi con quel personaggio. Qui la scena può trasformarsi, evolvere e permettere così al soggetto di intraprendere un cambiamento, che può avere effetti nella vita reale. Grazie al coinvolgimento dell’intera persona, mente e corpo, si possono modificare i livelli più profondi della personalità.
La differenza principale tra psicoteatro e psicodramma è che in quest’ultimo tutta l’attenzione e l’energia sono rivolte al protagonista e i membri del gruppo lavorano in funzione sua, costituendo parti significative; nello psicoteatro l’azione è più libera e creativa e si può sviluppare anche attorno a tematiche che non riguardano problemi personali.

Sono Chiara Zanetti, Psicologa-Psicoterapeuta ad orientamento corporeo sul territorio di Bologna. I miei interventi sono di psicoterapia individuale e couseling psicologico rivolti ad adulti e adolescenti, terapia di coppia e di gruppo, di sostegno per le famiglie nella prevenzione e cura del sovrappeso/obesità in età evolutiva. Svolgo attività di volontariato presso l’ospedale S.Orsola Malpighi – Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile – centro a valenza regionale per i disturbi del comportamento alimentare in età evolutiva (Direttore Prof. E. Franzoni). Ho attivato, inoltre, uno sportello gratuito di ascolto e supporto rivolto a chi soffre di problematiche legate al cibo, in collaborazione con i medici di base, presso un poliambulatorio in centro a Bologna. Le altre aree di intervento di cui mi occupo sono i disturbi relazionali, i disturbi d’ansia, gli attacchi di panico, lo stress lavoro correlato o stress familiare, situazioni traumatiche, depressione, dipendenza da sostanze stupefacenti, alcol, internet e cibo.
CONTINUA A LEGGERE

FOCUS ON: