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Biografia della fame e della magrezza

“Gli esseri che sono nati sazi – ce ne sono molti – non conosceranno mai questa angoscia incessante, questa attesa dinamica, questo stato febbrile, questa miseria che tiene svegli giorno e notte. L’uomo si costruisce a partire da quello che ha conosciuto nel corso dei primi mesi di vita: se non ha sperimentato la fame, sarà uno di quegli strani eletti, o di quegli strani dannati, che non edificheranno la loro esistenza sulla mancanza”.

Amélie Nothomb “Biografia della Fame”

 

Scrive Amélie Nothomb nel libro Biografia della fame. “…ogni nazione è un’equazione che si articola intorno alla fame“. In alcuni paesi di fame si muore perchè mancano le risorse, manca il cibo. Nella nostra i ricoveri per disordini alimentari sono quasi raddoppiati in sei anni. In tutto il paese, donne e ragazze, si autoimpongono di fare la fame, a volte fino a morirne.

In Italia i disturbi alimentari fanno migliaia di vittime l’anno, 3.240 nel 2016, e riguardano tre milioni e mezzo di persone, eppure si fa ancora fatica a riconoscerli, con una grande confusione tra sintomi e manifestazioni. I disturbi alimentari sono un problema ancora grave, e anzi riguarda sempre nuovi soggetti, ricordano gli esperti in occasione della giornata del Fiocchetto lilla che si celebra il 15 marzo.

“Purtroppo il numero dei pazienti non accenna a diminuire”, osserva Laura Dalla Ragione, responsabile del numero verde della Presidenza del Consiglio dei ministri 800180969. “Secondo l’Osservatorio del ministero della Salute sono più di 3 milioni le persone ammalate. Si è abbassata moltissimo l’età di esordio, si ammalano bambini di 8-10 anni, con conseguenze più gravi. Si sono diffusi anche i Disturbi Selettivi nell’infanzia”.

La settimana della consapevolezza dei disturbi alimentari si è appena conclusa, e ancora una volta i giornali hanno finto di chiedersi cosa mai abbia spinto delle sciocche giovani donne ad avviarsi verso un lento suicidio, corredati da sensuali foto di magrissime modelle svestite in posa per l’obiettivo dei fotografi, oltre che da una serie di distratte banalità sul fatto che le ragazze debbano in realtà lavorare sulla loro “immagine corporea” e, se possibile, smettere di leggere tutte queste riviste.

Non si tratta solo di una questione di sopravvivenza. Il punto sono gli anni trascorsi torturandosi inutilmente e dolorosamente, sprecando il proprio tempo, la propria energia e rovinandosi la salute. Candida Crewe, nel suo libro autobiografico Eating myself , la definisce “la malattia della donna comune”. Sembra che, da un certo punto di vista, l’autodeprivazione alimentare e l’ossessione per la magrezza, l’immagine del corpo e l’autocensura femminili siano state normalizzate a tal punto nelle nostra società, che è impossibile non convincersi che queste ragazze abbiano fatto la scelta giusta, sbagliando semplicemente nell’essersi spinte “troppo oltre”.

Come ha scritto Naomi Wolf in Il mito della bellezza, “una cultura fissata con la magrezza femminile non rappresenta un’ossessione per la bellezza femminile, bensì per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne: una popolazione placidamente folle è più facile da gestire”.

Gli aperti e sinceri elogi che le ragazze ottengono per il loro uccidersi lentamente in pubblico è direttamente proporzionale alla quantità di vergogna e stigmatizzazione che si riversa sulle donne perfettamente in salute che si trovano a essere anche solo leggermente sovrappeso.

Esistono solidi e fondati dati che provano come le donne siano penalizzate socialmente quando prendono peso, e premiate quando lo perdono. Ricerche recenti rendono evidente quel che quasi tutte le donne sanno nel loro intimo: che il mondo vuole che siano sempre più piccole, sempre più magre, che il mondo vuole che esse desiderino meno, che abbiano meno grinta, meno forza.

Certo, insegnare alle donne e alle ragazze ad amare i loro corpi e a prendersene cura è ancora una proposta radicale in una società che provoca e al contempo sfrutta l’odio che proviamo verso la nostra immagine.

Le ragazze crescono in un tornado d’immagini di bellezza inarrivabile, vengono sottoposte senza sosta a una serie di dimostrazioni dalle quali si evince che saranno penalizzate se non avranno un certo aspetto che è, letteralmente, “magra al punto da non permettere al corpo di respirare”.

E poi, quando sviluppano disturbi alimentari alziamo le spalle e diciamo: “accidenti però, queste ragazzine stupide, perché non si mangiano un panino”?

Dire alle donne e alle ragazze del ventunesimo secolo che hanno un problema con la loro immagine del proprio corpo è un po’ come dire alla vittima di un accoltellamento che ha un problema d’emorragia. Sì, lo sappiamo.

I disturbi alimentari spesso sono solo un modo di fare i conti con una rabbia che sembra troppo pericolosa da esprimere, e che rivolgiamo verso il nostro corpo, assumendo il controllo su tutti i nostri bisogni come il cibo, il sesso, l’affetto, il rispetto, le ambizioni o un posto sicuro nel mondo.

 

Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che via sia qualcosa.

Amélie Nothomb “Biografia della Fame”

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